Napoli - Un gazebo di Villa Floridiana

Alcune armi:
Arma di origine: d'Azzurro ad una pianta di miglio di oro, su di una zolla nudrita di verde.

Ramo Lombardo: partito, nel 1° d’argento  all’aquila imperiale di rosso, uscente dalla partizione; nel 2° di rosso a tre piante di miglio d’oro, su una zolla di verde.

Ramo Napolitano: d’azzurro ad una pianta di miglio di oro, sostenuta da due leoni controrampanti e lampassati di rosso, di oro, poggianti su tre monti all'italiana di verde.

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© Napoli, Stemma Famiglia Migliaccio

ORIGINI

L’antichissima e plurifeudale famiglia Migliaccio, in alcune sue linee è originata forse da tre ceppi diversi, che assumono lo stesso nome per italianizzazione e tutte documentate e presenti prima dell'anno mille. Discordemente agli autori dei due secoli scorsi, vista la documentazione archeologica superstite pure se frammentaria, il casato viene a generarsi da tre ceppi radicati nei Migliazzo olim Meliatis di Milano, dai Milly seu Milliaco della Borgogna, Migliaccio dai Guidalotti del Migliaccio di Firenze.
Le continue migrazioni nella penisola italica dei secc. XI al XIII, avranno come punto di riferimento il regno di Sicilia, al tempo realtà politica, geografica ed economica, grazie anche all’invito dello stupor mundi Federico II di Svevia che concedeva numerose esenzioni. L‘invito in larga parte raccolto da lombardi che nel 1130 si estendevano dal genovesato a Pavia, registra ancora oggi numerose località che portano i nomi delle loro città di origine. Per scambi commerciali ed inurbazione, fu cooptata anche la Calabria meridionale e meglio espresso con le parole dello storico C. Trasselli:”lo stretto non è altro che un fiume tra due rive, che in molte epoche della storia, vivono l’una in funzione dell’altra.
La differenza cognominale del cognome Migliaccio, sfuggita a numerosi storici, eruditi e genealogisti, se pure italianizzatosi nella prima metà del ’600, non trasse in inganno i contemporanei: Inveges, che nel suo “Annali della Città di Palermo”p.III, stampato nel 1651, la indica milanese, fiorentina e siciliana, ed il Di Giovanni, che nel suo manoscritto del 1615, “Palermo Restaurato”, menziona l’esplicita pretensione dei Migliaccio stessi che: ”pretendono, essere dei Guidalotti di Firenze“. L’Inveges è l’unico a tracciare tre provenienze, pur indicandone una sola casata.

Il cognome svolge il suo uso identificativo  già prima del mille, dando vita ad altri casati, quale i Miglio, i Mellio ed altri, che possono anche aver assunto tale nome dall’impresa del Barbarossa, che fece arar di panìco e miglio la piazza di Cremona a lui ribelle.
Nell’idioma locale lombardo mei è miglio, ed il primo a menzionarlo e ad accostarlo al pane di miglio, miliacius, panis, ex milio confectus è lo storico Paolo Diacono nella sua Historia Longobardorum. Nonché, in una sola corruzione fonetica e non semantica, meleatis, può essere traslato in meleare, mesleare, che nell’antico longobardo significa, provocare, rixari. Per i Migliazzo di Milano, la prima notizia ci viene data da alcuni documenti custoditi presso l’Archivio di Stato di Milano, citando un documento del settembre 1015, elencando gli abitanti di Vico di Inzago, i quali devono sottomettersi all’abate di S. Ambrogio di Milano e si fa menzione di Leo e Giovanni figli del fu Leone Meliacio, e Leo, figlio del fu Petri Meliatis, così come è trascritto ed edito dagli “Atti Milanesi e Comaschi del sec. XI (1001-1025)” a cura di Vittoni e Maranesi ed. nel 1933; nonché, un’ulteriore documento del 1281 che identifica i Milliacius enfiteuti del monastero di Casatico, come trovasi trascritto negli “Atti del Comune di Milano nel sec. XIII”, voll. I e III, a cura di M.F. Baroni, ed. del 1992. Lo status di questa famiglia si evidenzia nella figura di frà Jacobo, vivente nel 1222, Nunzio e Gran Precettore di tutte le domus in Italia dell’Ordine Templare. Più tardi, come dal registro delle provvigioni dell’anno 1385-1388 il dominus Ambrosolus Meliazus, abitante verso la porta orientale, ascritto alla 17° parrocchia di S. Babila Faris. Le armi si vedono dipinte nel Codice
Trivulziano già Belgiojoso del 1447 e nel Cod. Cremosano del 1673: partito, nel 1° d’arg. all’aquila imp. di rosso, uscente dalla partizione; nel 2° di rosso a tre piante di miglio d’oro, su una zolla di verde, (o una pianta di miglio con 4 pannocchie).
Citati anche dal Flaminio Rossi nel suo Teatro della Nobiltà Italiana in Milano, come Migliazzi, stampato nel 1607.

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© Arma dei Migliaccio lombardi

Una ulteriore linea fiorisce in Lodi, come attestano le carte dell’Archivio Comunale Laudense, qualificandola come famiglia patrizia e decurionale, menzionando un nobile Bernardo nel 1481, da cui Nicolò, notaio, da cui Mattia giurisperito e suo figlio Andrea pure giurisperito; Paolo, Rettore di S. Giacomo in Lodi nel 1394 ed un Camillo, patrizio lodigiano, cittadino romano e ingegnere regio di Milano. Nell’arma di costoro, figura il destrocherio che si riscontrerà nell’arma visibile sul quattrocentesco palazzo Migliaccio in Siracusa e con piccole varianti anche l’altra arma tutte dipinte nel cinquecentesco stemmario napoletano, detto Volpicelli presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, Vittorio Emananuele III.
Non possiamo tacere sui Migliacci olim Migliatius di Bologna,
ulteriore linea di quei del milanesato, illustrati da Gio:Pietro dè Crescenzi Romani, nella sua “Corona della Nobiltà d’Italia” del 1630 citando un Bernardo Migliacci, che per privilegio è ascritto nel  Collegio dei Fisici di Piacenza, ravvivando la memoria del nobile Bernardo lodigiano. Famiglia di partito guelfo, che per le lotte contro i Pepoli fugge via da Bologna con i Beccadelli ed altri. Così come anche si consta, dalle carte dell’Archivio di Stato di Bologna, ufficio dei memoriali del 1270, dove, già una generazione doveva lì essere  prima di quella data per i personaggi evidenziati, trovando Migliatius filius Dom. Vinte in un’atto di cambio, ed un’Alberto fu Bonaccorso dè Migliatiis, nonché sempre nella stessa data, come creditore, per un contratto di £ 500, Jacobus Migliatius figlio di Iunte di Guçigliano.

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© Arma quattrocentesca in pietra
sul palazzo Migliaccio in
Montemaggiore (PA)
 

Senza alcun dubbio, una linea dei Migliaccio di Sicilia, è milanese, come ci viene tramandato dalle Tavole della Corte Giuratoria di Naro, (Agrigento), elencando i castellani di Naro, frà Salvatore da Naro, cappuccino (al secolo Ignazio Ceraulo 1658†1733), nel suo manoscritto “L’Aurea Fenice che fu la fulgentissima città di Naro, olim Agrakante Jonica”, del 1731 e frà Saverio cappuccino (al secolo Bordino 1744†1819), nel suo manoscritto “Annali della fulgentissima Città di Naro”, del 1744, trascrivono: “Alberico Migliaccio, alli 1298 in tempo di Federico II fu destinato Castellano di Naro, e questa Ill.ma famiglia passò da Milano in Sicilia e piantò la sua prosapia qui in Naro, siccome abbiamo insinuato nel libro delle famiglie posto nell’archivio della città”.

L’altra supposta origine: Millylat. Milliaco, Melliaco, per errore dell’archivista napoletano Carlo dè Lellis nella trascrizione di alcuni atti la cita come Miliaroa. Una delle più anziane ed illustri di Francia, della Borgogna, ramificata in tre linee principali. Tra i tanti suoi titoli, si decorò di un Gran Maestro dell’Ordine Templare, Filippo nel 1169 al 1171, ed un Gran Maestro dell’Ordine di Malta, Giacomo nel 1454 al 1461.

Scesi in Italia con Carlo I d’Angiò, per la cacciata ghibellina, ricevettero premi e privilegi, stabilendo dimore in tutto l’arco meridionale della penisola. Si illustreranno autorevoli personaggi, come fanno fede gli atti della ricostruita cancelleria angioina, nell’Archivio di Stato di Napoli per questa famiglia, come anche umili coloni. Guglielmo Milliaco, siniscalco del Regno di Sicilia (1272-1284), il figlio Goffredo, investito del cingolo militare e Signore di Guglionise nel napoletano, sposerà la vedova Dè Bourson; il fratello Riccardo, sarà invece milite e giustiziere in terra di Bari, sposerà in prime nozze Clementia dè Monti, figlia di Ludovico vice maestro giustiziere del Regno.
Rimasto vedovo, si risposerà con Filippa Lisinarda da cui Chiarella che impalmerà Guglielmo da Capua, primogenito di Bartolomeo logoteta e protonotaro del Regno; un Enrico, sarà castellano di Reggio (1270-1271); nonché, Francesco e Giovannetto nel 1285 e Filippotto nel 1277, valletti di Casa Reale, inviati come coloni a Lucera; Giovanni e Riccardo nel 1280, semplici maestri d’armi. Visibile in Palermo, il sepolcro gentilizio di un’Orlando Milliaco, nella Chiesa di S. Domenico.
In fine, altra supposta origine dai Migliaccio, dei Guidalotti del Migliaccio di Firenze. Ramo guelfo della mercantesca e magnatizia famiglia Guidalotti, a loro volta diramazione dell’aretina e potente famiglia Albergotti così nomata da quell’Alberigotto di origine germanica disceso in Italia al seguito di Ottone I nel 928 d.C. che generò diversi casati quali Albergotti, Bulgarello, Albizi, Albizeschi, Diaccetto, Aceto, Pelajo, Abbati e Guidalotti. Di costoro, ne fanno gloria i cronisti contemporanei Ricordano Malespini (c.a † 1280), Giovanni Villani (c.a 1280†1348) e Pietro Monaldi e le scritture di Vincenzo Borghini. Ebbero un gonfaloniere di giustizia ed un priore; abitarono presso S. Michele Bisdomini eressero torri e notati nella titolatura come Signori di Torre. Divisi nello stesso casato tra ghibellini e guelfi, alcuni si unirono nella consorteria guelfa dei Pulci, Gherardini, Sacchetti, Manieri, annoverati da Dante al canto XVI del paradiso. 
L’Ammirato“delle Famiglie Nobili Fiorentine” del 1615  elenca due fratelli cavalieri M. Gherardo e M. Guidalotto (1242), abitanti presso S. Croce, ed un M. Ridolfo cavaliere annotato nel libro dell’Ospedale di S. Paolo (1294). In uno squarcio panoramico, abbiamo un ‘altro Guidalotto nel 1212, giudice imperiale ed altro Guidalotto detto Voltodellorco, prima ghibellino e riscossore del “foederum imperiale” poi guelfo, fece erigere l’Ospedale di S. Gallo (1218) donato nelle mani del Card. Ugolino alla S.R.C. Della linea dei Guidalotti Bombaroni, Mico, edificò il Capitolo della Chiesa di S. Maria Novella con pitture del Vasari, su disegni del Memmi e Gaddi, senese, oggi detto Cappellone degli spagnoli. Proprio per la Sicilia, si fa menzione della figura di “Guido” dè Bombarone nella matricola dei feudatari e titolati sotto Federico II, nel 1296:...“ Guido dè Bombarone 20, pro feudo dè CastroJohanne (Enna)”…Una linea guelfa prese per censo “del Migliaccio” come lascia scritto Vincenzo Borghini nel suo storia della nobiltà fiorentina, per l’acquisto fatto in “Milano”, per i fatti d’arme del 1249, di un campo di migli per nutrire l’esercito guelfo, come meglio specifica il Mugnos “Famiglie nobili…/..del Regno di Sicilia” edito in Palermo nel 1647/70.
Banditi dopo la sconfitta di Montaperti nel 1260, esuli per fatto politico assunsero il censo per nome. Dalla sconfitta dell’Arbia, il valore degli edifici abbattuti  di questa famiglia fu di 7000 libbre, ma il doppio doveva essere circa il valore circolante e di deposito per le loro aziende per la raffinatura di stoffe di Fiandra e di Francia. Commenta il Davidshon, nella sua storia di Firenze edito nel 1972:...”ricchi da varie generazioni vi rimasero a lungo e furono considerati magnati prima e dopo”… Fuggiaschi in Lucca, si trasferirono in “Bologna” (1263), ed alcuni ascritti alla compagnia d’arme dè Toschi. Nel 1265, tutti i fiorentini guelfi chiesero ad Urbano III di poter militare al fianco del d’Angiò, ricevuto insegne e permesso si riunirono nel mantovano eleggendo capitano Guido Guerra ed unendosi al conte di Monforte.

Seguendo Carlo I d’Angiò, presero parte alle battaglie di Benevento e Messina. Il successo delle imprese ricompensate dal d’Angiò, permise il radicarsi di nuove famiglie nei regni meridionali, acconsentendo privilegiato accesso per commercianti e banchieri fiorentini, sostegno del trono angioino. Le armi, come ci sono state tramandate dai monumenti e raccolte dal priorista Mariani e Ceramelli-Papiani sono: d’oro ad un semivolo levato,d’azzurro; d’argento al volo levato di rosso.

 

C E P P O    S I C I L I A N O

Famiglia fiorita in Siracusa, Agrigento, Palermo e Messina. Tra le prime famiglie dell’ordine Senatorio e Pretorio. Ricoprì le massime cariche civili e militari del Regno di Sicilia, contraendo cospicue alleanze matrimoniali, con i Ventimiglia, Lancia, Lanza, Moncada, Borgia ecc. Ripartita in numerosi rami, vide affermarsi solo tre rami nella nobiltà feudale storica, la linea dei marchesi di Montemaggiore e principi di Baucina, la linea dei duchi di Galizia e principi di Malvagna e Mazzara, la linea dei duchi di S. Donato e Floridia.

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© Siracusa - Palazzo Migliaccio

I primi di cui si a memoria è un Cosmo, Baiuolo di Palermo negli anni 1316/1317 ed un Alberico, castellano di Naro nel 1298, Nicolò, capitano di Naro sotto Re Ludovico nel 1350, Giovanni, Gerardo e Berengario regi familiari aragonesi, altro Nicolò, capitano di Licata, Filippo, notaio in Palermo (creduto e proveniente da Firenze), Lorenzo e Franchino regi familiari di Re Alfonso d’Aragona, Pietro, inquisitore in Sicilia, Giacomo, Castellano del Sacro Palazzo di Messina ed il nobile Federico, commerciante della canna da zucchero che rientrava nelle rotte commerciali del mediterraneo. Al tasso del 10% prestò 156 once e 15 tarì a Pietro dè Gaytanis, banchiere pisano. E’ certo che i Migliaccio nel ‘400, già erano passati nei ranghi della nobiltà cavalleresca. Di giustizia ammessi nell’Ordine di Malta nel 1687. Consanguinei di Filippo II di Spagna e baroni di Montemaggiore inv. nel 1531, poi marchesi di Montemaggiore inv. nel 1598; Principi di Baucina e consanguinei di Filippo IV inv. nel 1626; Pari del Regno; vicerè in Palermo nel 1743 – 1746 – 1756; Primi del braccio secolare di Sicilia per il titolo di principe di Malvagna inv. 1710 (oggi in casa Paternò di Spedalotto, non per parentela, ma perché estintisi gli ultimi Migliaccio, essendo un Paternò loro amministratore, raccolse tutto) e di Mazzara  inv. 1723; il principe Ignazio Migliaccio è decorato nel 1824 dell’Insigne Reale Ordine di S. Gennaro e gentiluomo degli ultimi Sovrani Borbonici; ricevettero il privilegio di potersi appellare con il plurale Majestatis.

Duchi di Galizia inv. 1698; di Floridia inv. 1747; di S. Agata inv. 1759; Castel Brolo, S. Donato (per successione Lanza), Castel di Mirto, Valverde Bologna; le baronie di Biscardo inv. 1554; Casalbianco e Cutrumeggio inv. 1622; Mojo inv. 1710; Pittari inv. 1793; Cavalera e Mandarano inv. 1751; Signori della Sala di Partinico e di Paruta inv. 1598; Signori dell’Acqua Fredda inv. 1753; di Dacco, Aquila e Cencheria. Dalla linea dei duchi di S. donato e di Floridia (titolo oggi passato in casa Turrisi Grifeo) residente in Messina, ebbe i natali Lucia Migliaccio, figlia di Vincenzo Migliaccio e BonannoFiglio ed erede di sua madre Lucia Bonanno e Spatafora, duchessa di Floridia, discendente diretta di Lucio Bonanno e Colonna dei baroni di Canicattì, barone, maritali no­mine, del feudo di Floridia, sposo di Flavia Bonaiuto e de Perno, baronessa di Floridia dei principi di Baucina, duca di San Donato e di Florida, e di Dorotea Borgia e Rau, dei marchesi del Casale, nacque a Siracusa il 18 gennaio del 1770.
A soli sei anni, nel 1776, ereditò il titolo di 12^ duchessa di Florida e ad undici anni, nel 1781, sposò a Palermo BENEDETTO GRIFEO e del Bosco (1755†1812), principe di Partanna e duca di Ciminna. Dal matrimonio nacquero Dorotea, Vincenzo, Giuseppe, Leopoldo e Marianna.

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© Napoli - dipinto della duchessa Lucia Migliaccio

Durante il periodo francese, Re Ferdinando di Borbone conobbe l’affascinate Lucia e se ne invaghì.
Dopo due anni, nel 1814, morì la regina Maria Carolina e, dopo solo due mesi, Lucia Migliaccio e Ferdinando I Re delle Due Sicilie si sposarono col rito morganico, ovvero senza successione di eredità al trono per lei e per i suoi figli.
Il sovrano nel 1816 acquistò sulla collina del Vomero a Napoli una magnifica villa dal principe di Torella, Giuseppe Caracciolo Rossi. La fece ristrutturare con forme neoclassiche, il giardino disposto all’inglese con tempietti, belvedere, il teatrino della Verzura, la fontana dedicata ad Imeneo, un’immensa terrazza panoramica, statue; un ponte collegava un secondo edificio adibito a “Kaffee Haus”. Il maestoso parco confinata con le proprietà della famiglia Carafa della Stadera principi di Belvedere e dal 1819 al 1825, vi furono grandi ricevimenti e lauti pranzi, qui si riunivano principi e sovrani di tutta l'Europa.

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© Napoli - Villa della Floridiana

Fu uno dei regali di Ferdinando a Lucia. Al piano terra della villa sono esposti i ritratti del Re e di Lucia Migliaccio. Il parco è aperto al pubblico tutti i giorni ad eccezione del lunedì.
Altro regalo di nozze fu il palazzo in piazza dei Martiri, oggi sede dell’Unione Industriale di Napoli, acquistato dalla famiglia Coscia; qui si trasferì Lucia dopo la morte del sovrano avvenuta il 4 gennaio 1825.

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© Napoli - Palazzo Partanna

Lucia Migliaccio rese l’anima a Dio il 26 aprile 1826 e fu sepolta in Napoli nella chiesa  di San Ferdinando, in piazza Trieste e Trento, nei pressi di palazzo reale.

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© Napoli - Epitaffio del sepolcro di Lucia Migliaccio

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© Napoli - Monumento Funebre di Lucia Miglia, con la rappresentazione dei figli affranti dal dolore.

Dal matrimonio nacquesro tre figli, due monache in Palermo ed uno chiamato Antonio Oldoini inviato segretamente in Piemonte. Fu insignita della Croce Stellata d’Austria ed immortalata dai versi di Meli e Goethe, quest’ultimo la conobbe alla corte di Palermo nel 1787.


Giuseppe Migliaccio
Arcivescovo Archimandrita di Messina

Altro Giuseppe (1650†1729), della linea dei marchesi di Montemaggiore e principi di Baucina, fu elevato alla dignità ecclesiastica di Arcivescovo di Messina.
I titoli di principe di Baucina, marchesi di Montemaggiore, conte di Isnello, barone di Biscardo e d’Aspromonte, (Isnello e Aspromonte passati per succ. jure maritali in casa Migliaccio), sono passati in casa Licata con riconoscimento Sabaudo 1868 e 1891Fascicolo agli atti della Consulta Araldica del regno d’Italia ed Iscritta nell’ Elenco Nobiliare italiano del 1922.
L’arma che fa bella mostra di se sul palazzo marchionale in Montemaggiore Belsito (Pa), sui sepolcri gentilizi sparsi in varie chiese nelle tre valli siciliane e sotto la volta del palazzo Malvagna in Via Longarini in Palermo, nonché nella quattrocentesca casa Migliaccio di Siracusa in via P. Picherali è: d’ azzurro ad una pianta di miglio di oro; linea dei duchi di Galizia, principi di Malvagna e Mazzara: inquartato, nel 1° e 4° l’arma Migliaccio – nel 2° l’arma della famiglia Lancia: inquartato, nel 1° e 4° di nero al leone d’oro coronato all’antica dello stesso - il 2° e 3° fugato in banda d’argento e d’azzurro, sopra il tutto d’oro al leone di nero coronato all’antica dello stesso armato e lampassato di rosso- nel 3° l’arma della famiglia

Lanza, da cui era pervenuto ai Lancia il principato di Malvagna e la terra di Mojo: d’oro al leone di nero, coronato all’antica dello stesso, armato e lampassato di rosso.
Linea dei Duchi di S. donato e di Floridia: partito nel 1° l’arma Migliaccio; nel 2° l’arma di casa Bonanno: d’oro al gatto passante di nero.

Lucia Migliaccio famoso personaggio, divenuta quasi regina e gloria della storia locale di Floridia, avendo il Comune uno stemma comunale transitorio, per volontà della giunta comunale con un iter iniziato nel 1996, ricevette per stemma e gonfalone per il Comune di Florida con Decreto del Presidente della Repubblica dell’11 ottobre 1999 lo stemma della famiglia Migliaccio, al capo di Aragona e Svevia cimato da corona ducale, quale feudo investito da Ignazio Migliaccio e Borgia nel 1776.

 


Stemma Comune Florida

 

C E P P O   C A L A B R E S E

Fiorirono in Gerace, Girifalco, Catanzaro, generando tre rami e dividendosi in Gerace in tre linee, Migliaccio, Migliaccio-Pignatelli, Migliaccio-Spina-Vento-Sirleti. La linea Geracese, nobile e patrizia di Gerace fu ascritta al duecentesco seggio nobile di Gerace  come attesta la storia locale ed il catasto conciario di Gerace custodito nell’Archivio di Stato di Napolivol. n°6150 godendo di baronia suffeudataria sul marchesato di S. Giorgio e Polistena. Contrasse cospicue alleanze matrimoniali con i Pignatelli, del Balzo, Sergio, Malabrì, Spina, Vento e Sirleto.
Nel 1585 fu maestro razionale di Gerace, Gio: Alfonso Migliaccio; iscritta alle nobili Arciconfraternite locali, godette dello juspatronato del beneficio dello Spirito Santo nella Chiesa di S. Giorgio (1683); una Vittoria, fu Badessa del Monastero di S. Pantaleone dell’Ordine Basiliano in Gerace, dal 4 giugno 1602; ed altra Elisabetta, Vicaria (1762); Carlo Domenico Migliaccio, patrizio di Gerace, ricevette conferma del co-juspatronato di S. Maria Maddalena nelle catacombe della chiesa cattedrale di Gerace, con bolla del Vescovo di Gerace Cesare Rossi il 20 giugno 1749bollario n°779 f. 248 nell’ambito dei membri della stessa famiglia tra i baroni del Sacco, Pignatelli, Vento e Migliaccio; il Can. Domenico U.J.D., fu Vicario della Certosa di S. Bruno e poi del Vescovado di Bova, nonché con bolla del Vescovo di Gerace Ildefonso Del Tufo viene nominato il 13 dicembre 1732 pro vicario generale della Curia di Geracebollario n°545 f. 25 r.v.; il Can. Carlo U.J.D., fu vicario episcopale di Gerace dal 1689 al 1690, professore di canto gregoriano e fondatore dell’Accademia Arcadica; Giovanni, sindaco eletto dai nobili di Gerace nel 1799; Domenico, tenente dei Reali Calabresi, si distinse nella campagna 1798/99 per la riconquista del regno di Napoli; un Ettore, medico (1749); un Carlo, medico (1761); un Carmine dottore in legge (1786); ed altro Carlo nobile sacerdote, nominato canonico e protonotario apostolico * il 12 settembre 1791.

© Immagine proprietà Casa Migliaccio
© Gerace - arma visibile sulla volta del
palazzo Migliaccio in Piazza Tocco.

Si nomina a conferma della nobiltà di questa linea, da un’estratto di una dispensa matrimoniale papale del ‘700 a favore di Carmela Migliaccio che cita: “…dè nobili genere procreati set in civitatae Hieracen. Commorantibus ubi familiare nobiles non excedunt…”Arch. Segr. Vat. R-lat 2102 f 512v..
La linea Migliaccio-Pignatelli, si generò dalla successioni maritali nomine del nome ed arme della famiglia Pignatelli, dall’ultima Francesca Pignatelli che sposò Giovanni Migliaccio, linea dei Pignatelli oriunda patrizia napoletana del seggio di Nido trasferitasi con Gio: Francesco Pignatelli nel 1530 in Gerace con certificato di nobiltà dato in Napoli 06.05.1590. Dalla linea primigenia geracese si distacca a fine ‘800 trasferendosi in Locri, la linea baronale Migliaccio-Spina-Vento-Sirleti. Carmine nato in Gerace nel 1814, venne chiamato alla successione dei titoli, nome ed arme da parte dello zio materno barone don Diego Spina-Vento-Sirleti (1791
1842), patrizio di Gerace. Giovanni ed Ettore Migliaccio, petirono e confermarono la nobiltà della loro famiglia al Capo del Governo Benito Mussolini, atti in Consulta Araldica del Regno d’Italia del 1929.

 

Con privilegio emesso con Pontificio rescritto dal S. P. Leone XIII (Gioacchino Pecci) nel 1892, si concedeva l’uso dell’oratorio privato a tutti i componenti della famiglia Migliaccio, con ulteriore conferma ed estensione, con bolla del Vescovo di Gerace Francesco Mangeruva del 1 agosto 1892bollari 1892 f. 231.

Fanno bella mostra le armi scolpite in pietra sotto gli aviti palazzi in Gerace e Locri: d’azzurro ad una pianta di miglio d’oro; linea Migliaccio-Pignatelli, partito nel 1° Migliaccio nel 2° Pignatelli, d’oro a tre pignatte di nero ordinate due ed una. Linea dei Migliaccio-Spina, troncato nel 1° tripartito delle armi Pignatelli, Migliaccio, Spina, nel 2° partito nel 1° l’arma dei Vento nel 2° l’arma dei Sirleto.

 

- linea di Girifalco –

dal ramo primigenio, si distacca altra linea passata in Girifalco, poi diramatasi in Marcellinara, Cortale, Tropea, S.Vito, Catanzaro e Salerno. Non meno illustre è la linea dei Migliaccio Girifalcesi che vantano un cavaliere templare, E(nrico) Migliaccius, arso vivo nel 1312 in Girifalco, con i confrati Giovanni Paleologo e Gregorio Tolone, facenti parte del presidio templare del Casale dei Pellegrini limitrofo al comune di Cortale.
La storia locale tramanda il ricordo, dove nel luogo furono arsi gli innocenti templari, piantando una acacia. Forse è antico il sentimento “liberale” tra gli abitanti di queste contrade, annoverando la loggia massonica più antica d’Italia, Fidelitas in Saeculis fondata nel 1723. Numerosi furono i Migliaccio ascritti per circa quattro generazioni, ricoprendo alte cariche e versando un contributo notevole di sangue onorato dalla toponomastica stradale per i fatti della Repubblica Napoletana del 1799 e moti del 1820, dove forzatamente alcuni passarono in S. Vito e Catanzaro per sfuggire alle persecuzioni del Card. Ruffo. Sono da ricordare i massoni e poi carbonari seguaci del Settembrini, don Ferdinando Migliaccio, il dott. Chimico don Vincenzo Migliaccio, impiccato in Napoli nel 1801 per i fatti del 1799. I farmacisti don Carlo M. ed il medico don Giuseppe M., giustiziati per aver partecipato ai moti del 1820 ed ultimo don Antonio M., garibaldino, celebre pittore encomiato dal Castellani. Altre figure, sono i medici chirurgo Bruno M. -1793-, medico speziale Bruno Maria M. -1770-, i notai Pietro e Vincenzo M. -1753-1717- ed altro notaio di Marcellinara Giuseppe Antonio M. -1751-. Non tutti massoni, come il capitano di fanteria don Antonio M., arruolatosi nel 1788 nel Regg. Fant. Regina. Marciò agli ordini del col. Carbone e m.llo Acton, ricevendo in premio con dispaccio reale del 06.08.1799 l’invio al Regg. Real Carolina 1° divisione con le funzioni di Alfiere. Comunque nel tempo che spettava, di ragguardevole condizione doveva essere questa famiglia, se con lettera del 6 marzo 1646 rivolta al Papa Innocenzo Xregesto Vaticano n°34864 il sindaco e gli eletti di Catanzaro, chiedevano come loro Vescovo Agazio Migliaccio.

 

LINEE dei PRESIDI di TOSCANA

Passati per le esigenze belliche già nel ‘500 nei presidi, si generarono delle linee, che sopravvivono grazie al ricordo dei fogli matricolari e libretti di vita e costumi degli ufficiali dell’esercito Borbonico.

C E P P O   N A P O L E T A N O

Con la Napoli aragonese prima e capitale borbonica dopo, si ebbe un continuo flusso di linee e rami dei diversi ceppi, non privi di intrecci. Fiorì con gli angioini ed aragonesi. Germogliarono in Napoli; Salerno, Castellammare; Caserta, Pietravairano; Ischia; ex casali napoletani, Casandrino, Giugliano, Mugnano da queste linee poi in Orta di Atella, Villaricca ex Panicocoli, Marano, S. Antimo, Qualiano. Ci perviene memoria di un Lorenzo e Franchino, regi familiari di Alfonso d’Aragona; Giovanni, nobile e mastro d’atti per privilegio dell’Imperatore Carlo V (1518); magnif. Gio: Alfonso,   erede  di  beni  allodiali   della  Chiesa   di  S.  Maria  di  Costantinopoli   in  Napoli 

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© Napoli - Chiesa di S. Maria di Costantinopoli

(1587); Giacomo, capitano “et speciale homo” dell’Università di Ischia (1492); Francesco, capostipite della linea ischitana vivente nel 1665, tra cui Cristoforo medico chirurgo viv. 1791 e Michele, medico viv. 1772, censita tra le famiglie nobili del catasto onciario di Sorrento nel 1754, cui un nobile Vincenzo Andrea, notaio, viv. nel 1649, ed altro notaio Donato Antonio, viv. nel 1693.
Nel 1644, un magnif. Onofrio, Governatore dei diritti in demanio dell’arredamento del protomedicato di Napoli.
Nel Collegio dei dottori vi troviamo un magnif. Gio:Vincenzo, viv. nel 1617 ed altro magnif. Giuseppe, viv. nel 1680. Tra i notai i magnif. Agostino, viv. nel 1624, ed altro Bartolomeo viv. nel 1693; il magnif. Antonio, fondatore del patronato di due cappelle nella chiesa di S. Maria dell’aiuto in Napoli nel 1692; Giuseppe, Ufficiale della Ruota dè Conti nel 1780; Celebre il magnif. Aniello, fu tra i fautori della congiura filo-austriaca del Principe di macchia nel 1707, sfuggì alla pena capitale per l’intercessione del Card. di Napoli, Cantelmo. Pensionato dello stato, tra gli uffici regi da questo posseduti, vi fu quello di guardiano della Regia dogana di Salerno, ed uno dei 24 uffici di misuratori di vettovaglie di Napoli. Inseritosi nell’editoria napoletana del ‘700, aumentò di diversi proventi le sue rendite, circa 1000 ducati annui, pari alla rendita di un medio feudatario di provincia.

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© Napoli - Chiesa di S. Maria dell'Aiuto

 

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© Particolare della balaustra centrale, visibile nel 1° l'arma
Migliaccio. Una delle quattro presenti sulle balaustre
ai lati dell'altare maggiore.

Fu seguito nell’investimento editoriale dal magnif. Cristofaro che nel 1751, ebbe l’affitto della stampa di avvisi, relazioni ecc. del Regno; nelle armi viene ricordato Gennaro, I° tenente nel Regg. Gendarmeria Reale nel 1847; Biagio, “guardiano” del corpo politicoservizi segreti del tempo nel 1827; Giovambattista, maggiore di artiglieria, con numerose azioni militari, fu decorato del cavalierato di grazia dell’ Ordine Militare di S. Giorgio della riunione nel 1844. Numerose testimonianze, come si rileva dalle monografie storico locali dei casali napoletani ed onorati dalla toponomastica stradale, fanno ampia galleria, sindaci, decurioni, podestà, nonché una nutrita schiera di sacerdoti, menzionando degno di ricordo il Servo di Dio, can. Antonio Migliaccio (18541945), figlio di don Raffaele (sindaco di Qualiano nel 1888) e della nob. Luisa Del Pezzo, fondatore della Congregazione delle Suore di S. Teresa del Bambino Gesù.

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© Napoli - decorazione di una ultragenita linea napoletana dei Migliaccio ottocentesca,
 notasi i sostegni con il cappello a " bombetta "

 

Linea dei baroni di S. Felice (Pietravairano)

Il castello e feudo di S. Felice, rocca strategico militare, unico nella sua struttura architettonica a pianta ottagonale, è legato molto alla storica e patrizia famiglia dei Sanfelice giunta in Italia al seguito di Roberto il Guiscardo. Ricevette da questi, con un cavaliere Pietro (San Felice), la castellania nel 1018. Tale famiglia si affermò nel corso del ‘200 con il possesso delle contee di Bagnoli e Corigliano. Dopo brevi e vari passaggi ad altri personaggi, per fatti politici il feudo ritornò sempre ai Sanfelice, ultimo investito ne fu Bernardo il 30.04.1500 da Re Federico II d’Aragona dal quale si avranno un Michele e Gio:Battista, ultimo barone e signore di San Felice (in terra di lavoro, attualmente identificato come S. Felice Pietravairano). In quell’epoca il castello era già diruto. Adriana Caracciolo, di Gio:Francesco dei signori di Vico madre di Michele e Gio:Battista, per la prematura morte di Bernardo vendette il feudo con castello, casa e palazzo baronale, vassalli, valvassori e uomini, con privilegio di alta e bassa giustizia nel 1584 al nobile Pietro Cola Migliaccio. Ne danno conferma dell’annesso titolo baronale, i registri del Banco Ave Gratia Plena (A.G.P.) del 1° semestre 1588 folio 131 presso l’Archivio Storico Istituto del Banco di Napoli. Nel 1540 subentra nel feudo Gio:Vincenzo Migliaccio, sino alla sua morte nel 1618 al quale subentrerà il figlio Francesco Migliaccio che terrà il feudo sino al 1638, a questi subentra il fratello Antonio Migliaccio che ne vende una parte all’U.J.D. Flaminio dè Dominicis  nel 1628.

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© Ruderi del Castello di San Felice

Costoro ne custodiscono il feudo sino al 1644, quando il regio fisco per liti dovute al non pagamento del relevio ne confisca il feudo, vendendolo al marchese di Pietravairano , Francesco Grimaldi.

I continui furti al castello, non ci permettono di identificare l’arma di questa linea che da antichi manoscritti esistenti presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, Vittorio Emanuele III, sezione manoscritti rari denominati stemmari Volpicelli ed altri riferimenti monumentali, si presume essere: di verde a tre monti all’italiana di oro, sul quale poggiano due leoni controrampanti pure di oro, lampassati di rosso, reggenti cinque spighe di miglio pure d’oro.

Il titolo baronale del feudo passò alla famiglia Grimaldi che di per se non usò mai tale predicato anzi, per passaggi dovuti a donne nella stessa casa forse il titolo era invalido, pur portando un reddito di 1000 ducati l’anno nel 1600. Poi come solo predicato sino ad oggi, per assonanza di omofonia è usato dalla famiglia Frezza che non è il medesimo di Pietravairano, di fatto, sul merito di Andrea Frezza distintosi nella battaglia di Lepanto, ricevette da Filippo II di Spagna nel 1575 il titolo di duca. Venne posteriormente poggiato su un feudo di San Felice con sovrano rescritto della R.C. di Borbone Due Sicilie del 9.12.1843 e 28.03.1856 e poi riconfermato dalla R.C. di Savoia con D.M. del 22.06.1905. Non sappiamo per quale motivo, causa l’estinzione della famiglia dè Liguoro, perchè e se era lo stesso il San Felice aggiunto ad altri predicati da loro usati. Nel tempo si avrà dalla famiglia Grimaldi un ulteriore passaggio per vendita e lottizzazioni alle famiglie: Fusano, Saluzzo, Bruno; ormai dopo l’eversione della feudalità nel 1806, il feudo in possesso di Francesco Grimaldi fu venduto come bene e lottizzato. Pertanto non venne toccato il titolo onorifico baronale ad esso inerente di Barone che rimane nel patrimonio araldico nobiliare della famiglia Grimaldi e per estinzione agli agnati prossimiori, Spinola.

 

Linea dei Migliaccio detti di Jago in Casandrino

Linea della precedente, stabilitasi nell’agro aversano è tra le più distinte di quei luoghi, avendo per capostipite il magnif. Gio:Vincenzo (viv.1579) amministratore dei propri beni allodiali ed enfiteutici. Per antica usanza nel patronimico completo vengono ricordati come Migliaccio di San Felice, in uso ab antico, per la baronia acquistata nel ’500 da Pietro Cola Migliaccio, ma le due principali linee in Casandrino assunsero l’identificazione onomatopeica reminiscenza dei residui dell’usanza longobarda, come quelli “di Jago” (S. Giacomo), per il luogo dove già dal ’400 abitavano, esistendo lì un’antica chiesa paleocristiana da loro curata dedicata a San Giacomo; e quello di “ Nozze”, per la proprietà di tale masseria esistente in Casandrino.

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© Casandrino (NA) - Palazzo Migliaccio

La famiglia ebbe benefici Ecclesiastici e numerosi sacerdoti, contraendo cospicue alleanze con le distinte famiglie di quel luogo: dè Angelo, Rossi, Maystro,  Arinelli, Libertini e Prauss (questi ultimi tennero al fonte battesimale un Borbone).
Il Sac. Giovanni, fu cappellano ed economo
dell’Arciconfraternita del Rosario nel 1597, Pasquale fu Decurione nel 1758, Ciro possidente in Casandrino e contribuente per il mantenimento delle truppe nel 1795.
Iscritta nella lista civica delle famiglie civili, secondo la prammatica di Carlo III di Borbone del 27.12.1755. Commercianti di stoffe venivano equiparati alla nobiltà civile, in forza di un retaggio derivato dagli antichi privilegi connessi all’arte della lana e della seta, che era considerata un’arte nobile come da rescritto del 25.01.1756. Gaetano Sac. apprezzatissimo per la santità dei costumi (1833†1930); Antonio, diacono (1802†1838); Michele, podestà di Casandrino nel 1940; Giuseppe, tenente della milizia fascista; Antonio, Direttore Gen. di P.S. 
Dalle Sante visite dei Vescovi di Aversa e del Vescovo Pietro Ursino, del 18 ottobre 1597 si dimostra come i Migliaccio dimoranti in Casandrino godessero di diritti di Cappellania e di juspatronato sotto il titolo di S. Giovanni Battista.

Fanno bella testimonianza tre palazzi di questa famiglia nella piccola cittadina, di antica architettura e altri due agli inizi del ’900, abbattuti per l’ampliamento di un’arteria principale.

Famiglia ammessa nell’Union de la Nobleza de Espana il 30 novembre 2008.
L’arma è registrata anche dal Cronista Rey dè Armas del Regno di Spagna, vistata dal Ministero di Giustizia Spagnolo il 15 gennaio 1990 (f.113/115), della quale si diede notizia nella pubblicazione sul Foglio Annunzi Legali della Prefettura di Napoli il 1 luglio 1995 n°52 p. 1632.
Il proprio filo genealogico da Gio:Vincenzo (1579) a Rosario Salvatore, è dichiarato autentico con Decreto del Tribunale Ecclesiastico di Aversa in data 15 febbraio 2002. Nonché è autorizzata la rettifica al cognome, aggiungendo il cognome feudale di San. Felice al proprio cognome, potendo legittimamente fare uso del segnacaso nobiliare dei baroni e Signori di San Felice, con sentenza del Tribunale Ecclesiastico di Civitavecchia-Tarquinia del 28 Giugno 2005 e seguente pratica civile.


 

Arma: d’azzurro ad una pianta di miglio d’oro, ad un lambello di tre pendenti di rosso alla sinistra dello scudo. Olim, d’azzurro a cinque piante di miglio d‘oro, sostenute da due leoni controrampanti e lampassati di rosso, poggianti su tre monti all'italiana di verde.
Motto: Honestas et Labor Omnia Vincunt.


L'avv. E. Rosario Salvatore Migliaccio in uniforme di Ufficiale Commissario della Croce Rossa Italiana.

La linea si genera dal magnifico Gio.Vincenzo Migliaccio che sposa nel 1579 Lucrezia Maysto da cui: Giulio Cesare, Francesco, Giovanni, Vincenzo Alessio, Giuseppe Raffaele Francesco, Raffaele Francesco Leopoldo combattente e primo fuciliere nel Reggimento Fanteria “Brigata Casale” per l’indipendenza italiana nei fatti d’arme del 1866, Giuseppe Leopoldo Migliaccio combattente decorato guerra 1915 - 18, Antonio, nel 1940 è nominato confratello della R. Arch. dei SS. Giovanni Batt. ed Evang. dei cav. di Malta ad honorem di Catanzaro, agg. all’Arcibasilica Lateranense;  attivista sindacalista CISL dal 1944 al 1973; sposa in Napoli Rosa Ferriello, già dè Ferrellis, famiglia spagnola venuta al seguito del vicerè Pietro di Toledo come informatori nel corpo diplomatico.  L’arma di questa famiglia si osserva sotto l’avito palazzo in S. Maria a Vico (CE) e nella Cappella di juspatronato di costoro sotto il titolo di S. Antonio di Padova nella Chiesa dell’Annunziata di Arienzo (CE), arma: di azzurro ad una fascia d’argento, a tre stelle (8) d’oro poste in capo, ordinate in fascia, ed in punta due spade al naturale poste in croce di S.Andrea.







 

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